PARTE SECONDA
STORIA E CRONACA
SEZIONE PRIMA
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE ESTRANEE ALL’ORDINE
(1526-1632)
IV
DALL’EPISTOLARIO DI SAN CARLO BORROMEO
(1565-1584)
INTRODUZIONE
TESTI E NOTE
a cura di
CONSTANZO CARGNONI
I FRATI CAPPUCCINI. Documenti e Testimonianze del Primo Secolo. A cura di COSTANZO CARGNONI. Roma 1982, II, 359-365.
INTRODUZIONE
Raccogliamo come piccoli fiori da una vastissima prateria, cioè dall’immensa documentazione borromaica conservata nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, una serie di lettere, tra le moltissime, che aggiungono preziose pennellate e velature all’espansionismo cappuccino del secondo Cinquecento.
Si tratta di 12 lettere firmate da san Carlo Borromeo e altre 11 scritte al santo. Siamo nell’orizzonte dell’attuazione del Tridentino, che va dalla restaurazione dell’autorità episcopale, come necessario strumento di rilancio delle energie cattoliche disperse, al dinamismo soprattutto delle nuove congregazioni religiose, utilizzato e incanalato sia dal papato che voleva dare ai decreti tridentini un’animazione ideale, sia dai vescovi piú sensibili che vedevano nella spiritualità dei nuovi Ordini o nelle congregazioni riformate un mezzo sicuro per far penetrare nella vita della Chiesa l’ispirazione del Concilio.[1]
Tra i vescovi spiccarono, come è noto, Carlo Borromeo a Milano, Gabriele Paleotti a Bologna, Bartolomeo de Martyribus a Braga, che aveva difeso i cappuccini al concilio di Trento e altri ancora. Questo frammento di epistolario di san Carlo qui raccolto va dal 1565 al 1584; abbraccia quindi il periodo finale della vita di san Carlo, durante il quale andò progressivamente maturando il modello del vescovo postridentino. In poco tempo il Borromeo, nelle ultime sessioni del concilio aveva affinato la sua personalità religiosa. Il 17 luglio 1563 si era fatto ordinare sacerdote; tra la fine di settembre e inizio di ottobre aveva incontrato il primate del Portogallo, l’arcivescovo domenicano Bartolomeo da Martyribus, dal quale aveva assorbito elementi fondamentali per la sua futura spiritualità episcopale, incentrata sull’importanza del Concilio e l’urgenza della riforma. Il 7 dicembre 1564 ricevette la consacrazione episcopale e maturò la sua decisione di dedicarsi interamente alla chiesa milanese. Il 25 marzo 1564 aveva comunicato a Milano la sua decisione di convocare un concilio provinciale, secondo le prescrizioni tridentine.
Proprio allora a Roma si avvertiva che il potente cardinal nepote si era convertito ad una vita spirituale piú intensa. C’era chi pettegolava sulle sue «teatinerie». Il papa ammonì perciò i gesuiti a non influenzare il nipote. Ma i gesuiti si difesero sostenendo che il Borromeo ascoltava altri «piú rigorosi» di loro.[2] Si è fatto il nome del vescovo di Modena Foscarari, assai severo in fatto di povertà. Ma i suoi contatti spirituali vanno colti in piú direzioni, per esempio l’influsso di san Filippo Neri e, perché no?, anche dei poveri e austeri cappuccini.
Questo aspetto non è stato studiato neppure nell’ultimo grande convegno internazionale di Milano in occasione del IV centenario della morte di san Carlo. Eppure non si può eludere. La prova piú convincente è proprio l’epistolario di san Carlo. Lasciando nel 1565 definitivamente Roma per Milano, dove entrò il 23 settembre, lungo il tragitto 17 giorni prima trovandosi a Poggibonsi, il Borromeo volle scrivere due letterine, una al vescovo e un’altra ai Signori di Lucca (doc. 53, 1-2) per esortarli ad accogliere i cappuccini in città, essendo uomini «di vita santissima» e adatti a far rifiorire la vita cristiana fra il popolo. Egli si autodefinisce «protettore della lor religione» e intende davvero proteggere i cappuccini come un aspetto del suo programma di vescovo. Questa protezione concretamente diventa un’attenzione continua per favorire la loro espansione e la fondazione dei loro conventi nelle varie zone della sua vastissima diocesi.
Cosí, già ben insediato a Milano, due anni dopo scrive una pressante lettera a Roma l’11 maggio 1567 al capitolo generale dei cappuccini (doc. 54,2) da cui risultò eletto vicario generale p. Mario Fabiani da Mercato Saraceno, chiedendo il voto favorevole dei capitolari per far aprire un convento a Vimercate, essendosi presentata un’occasione propizia e spiritualmente assai vantaggiosa, segnalata al cardinale dal prevosto di Vimercate don Luigi Secco Borrella il giorno precedente 10 maggio (doc. 54,1), entusiasta della predicazione di p. Francesco Sirmondi da Bormio, cappuccino, e consolato nel «veder esempi di religione e di santità che procurano solo el bene e comodo altrui».
Non contento di questo, san Carlo tre anni dopo si diede da fare per avere un convento di cappuccini nella sua patria ad Arona e per questo motivo di 12 luglio 1570 scrisse alla città, alimentando in essa il desiderio di avere i frati, già manifestato nel passato. In questo progetto il santo, come dice nella lettera, non vuol «guardare a spese» e tuttavia un po’ deve concorrere anche la popolazione. Era un contributo doveroso che egli aveva atteso a richiedere, poiché l’anno precedente 1569 c’era stata gran carestia e scarso raccolto (doc. 55).
Se san Carlo appoggiava i cappuccini, questi si appoggiavano al santo, lo cercavano, volevano conoscerlo e servirlo, sapevano di essere con lui sicuri nel loro impegno di riforma e di applicazione del Concilio, come, per esempio, p. Silvestro da Rossano, uno dei piú dinamici predicatori cappuccini del secondo Cinquecento, presentato con ammirazione da un prete piacentino in una missiva del 23 novembre 1570 (doc. 56) al cardinale di Milano, come capace e disponibile a sostenere una predicazione quaresimale a Milano, qualora venisse richiesto. Potrebbe sembrare, indirettamente, una ricerca di pulpiti di prestigio; ma per il frate calabrese, caratterizzato nella lettera con le piú significative espressioni della sua attività pastorale, diventava la realizzazione di un «grandissimo desiderio» di incontrare un vescovo santo.
Uno dei motivi piú importanti che spingevano san Carlo a servirsi dei cappuccini era quello di opporsi al protestantesimo in Valtellina e nei Grigioni. Era un’indispensabile attuazione del concilio di Trento, anche se ormai il confronto col protestantesimo aveva perso gran parte della iniziale carica dinamica e al suo posto era subentrata, irreversibile, una frattura sfociata in una guerra di posizione. Abbiamo a questo proposito una lettera di un benefattore dei cappuccini, un certo maestro Abbondio Spadano di Como che il 7 marzo 1571 prega caldamente san Carlo ad interessarsi per far venire i cappuccini a Domaso sulla sponda nord-ovest del lago di Como, magari insediandoli nell’ex convento degli Umiliati, rimasto vuoto da un mese in seguito alla soppressione di quell’Ordine (doc. 57). Il luogo si prestava strategicamente alla lotta contro l’eresia in Valtellina. La soppressione degli Umiliati offrì pure l’opportunità ai cappuccini di Novara di chiedere all’arciv. di Milano, tramite l’abbate vallombrosano Antonio Canobio, di poter trasferirsi nell’ex convento di S. Croce degli Umiliati all’interno della città, dal vecchio e umido luogo fuori le mura (doc. 58).
San Carlo si interessò direttamente anche della fondazione del convento cappuccino di Acquanegra sul Chiese in provincia di Mantova nel 1582 (doc. 66,1-3), scrivendo sia al card. Gambara a cui apparteneva il terreno, sia alla comunità cittadina. Questa documentazione dell’interessamento di san Carlo per la fondazione dei conventi cappuccini si potrebbe aumentare notevolmente, ma le esemplificazioni finora addotte sono piú che sufficienti per ricordare questo aspetto dell’opera riformatrice del santo arcivescovo.
Le rimanenti lettere testimoniano altri particolari dell’amore del santo verso i cappuccini. Il primo particolare messo in evidenza è la loro disponibilità nel servizio degli appestati. E dal momento che in primavera del 1576 la peste aveva fatto la sua comparsa sul milanese e i frati si rendevano «pronti a tal santo essercizio» di servire gli ammalati, san Carlo scriveva subito a Roma al vicario generale Girolamo da Montefiore il 25 agosto dello stesso anno, chiedendo per i frati il permesso di confessare e il merito dell’obbedienza (doc. 59). È probabilmente la lettera piú bella uscita dalla penna di san Carlo in lode della religione cappuccina, qualificata come «dedita agl’offici di carità e sovenzione per la salute dell’anime», ricordando particolarmente il servizio negli ospedali e fra i soldati, come nella battaglia famosa di Lepanto. E c’è anche l’amore di tutta la città di Milano perché – e si rivolge direttamente al vicario generale dei cappuccini – «non vi curate di viver se non tanto quanto sia per il servizio d’Iddio e salute dell’anime, essendo che la professione della vostra Regola e del vostro serafico padre non è altro che portar la croce con Cristo Crocifisso». Splendida definizione del carisma cappuccino fatta da un santo!
Un secondo particolare è la predicazione dei cappuccini che san Carlo valorizza sempre nell’ambito del rinnovamento tridentino dell’vangelizzazione e nella riforma diocesana. Nella nostra raccolta campeggia la figura dello spagnolo p. Alfonso Lupo il quale, venuto in Italia e fattosi, da scalzo, cappuccino, nel 1577 stava predicando a Roma la quaresima nella Chiesa Nuova dei Padri dell’Oratorio con grande successo. San Carlo lo richiese per Milano. Se ne incaricò il suo agente a Roma, mons. Cesare Speciano che in due successive lettere a san Carlo, del 9 marzo 1577 e del 22 novembre 1578, presentò la mirabile tecnica oratoria del predicatore cappuccino: «Ogni dí fa piangere molta gente… essendo questo un uomo che per mover a penitenza non ha pari» (doc. 60,1-2).
P. Lupo predicò a Milano nel 1579. Riproduciamo alcuni stralci di lettere del vicario generale di san Carlo, mons. Nicola Galiero, del 15 ottobre e 5 novembre 1579 che riportano l’eco di questa predicazione fervorosa (doc. 61,1-2).
San Carlo in fatto di predicazione aveva idee ben precise. Se non rigettava la predicazione itinerante, come avanguardia e preparazione del terreno, preferiva una predicazione piú stabile, piú prolungata in loco per approfondire meglio le tematiche e coltivare i frutti spirituali e cosí radicarli nel costume cristiano. Spiegando poi il suo metodo di predicazione al vescovo di Rimini mons. Giovanni Battista Castelli nel 1580, si nota l’influsso del metodo usato da p. Lupo (doc. 62,1-2).
Egli, anzi, era cosí contento delle prediche di p. Lupo, per il frutto mirabile che producevano sul popolo, che scrisse in aprile del 1580 al generale dei cappuccini Girolamo da Montefiore per avere lo stesso predicatore per altri due anni (doc. 64). Ma p. Lupo era richiesto anche altrove, come dall’arcivescovo di Napoli che il 7 aprile 1581 chiese al Borromeo di disimpegnarlo da Milano per lasciarlo venire a predicare la quaresima a Napoli (doc. 65). Annibale di Capua, passando in rassegna i piú noti predicatori disponibili di allora, aveva trovato «piú al proposito per il bisogno di questa città» lo stesso p. Lupo, che infatti vi predicò nel 1582.
San Carlo utilizzerà volentieri anche altri cappuccini e soprattutto
p. Mattia Bellintani da Salò che predicò a Milano nel 1572 e supplirà p. Lupo dieci anni dopo.[3]
La semplice e fervorosa predicazione cappuccina piaceva anche ai parroci di campagna. Riportiamo un esempio fra i tanti di un parroco di Besozzo che scrive entusiasta al cardinale di Milano lodando un predicatore cappuccino che aveva commosso tutto il paese, trasformandolo come Giona aveva fatto di Ninive. Sull’onda di questo entusiasmo non ha paura di suggerire a san Carlo di mandare sempre un cappuccino nella sua parrocchia a predicare (doc. 67).
Un altro particolare, colto sempre nell’epistolario di san Carlo, riguarda l’impegno di politica ecclesiastica svolto dai cappuccini. Abbiamo riportato in questo senso una lettera caratteristica dell’agente a Roma di san Carlo, mons. C. Speciano, del 23 aprile 1580 (doc. 63). Nei difficili rapporti diplomatici con la Spagna di Filippo II, san Carlo, per difendere la libertà ecclesiastica e della chiesa milanese pensava ad una mediazione realizzata con una diplomazia «tutta spirituale e senza circostanze umane». Lo Speciano suggerì immediatamente, come persona adatta in questo senso, p. Mattia da Salò o un altro cappuccino, «conosciuti per tutto il mondo per l’austerità della vita loro». Ma in questo caso specifico il Borromeo non si servì dei cappuccini e tuttavia la lettera preannuncia uno stile di attività diplomatiche in cui molti cappuccini verranno coinvolti dal papa e dalle autorità ecclesiastiche, proprio a partire da quegli anni, iniziando con lo stesso Bellintani, seguito da san Lorenzo da Brindisi, Giacinto da Casale, Valeriano Magni da Milano e, piú tardi, Marco d’Aviano, per ricordare solo alcune tipiche figure di cappuccini italiani.
In conclusione, come sintesi dell’atteggiamento di san Carlo verso i cappuccini, riportiamo una lettera scritta dal santo cardinale, pochi mesi prima di morire, al generale dei cappuccini Giacomo da Mercato Saraceno, il 20 giugno 1584 (doc. 68). Senza volerlo, qui san Carlo raccoglie i vari aspetti del suo amore all’Ordine, e cioè la volontà di servirsi di loro nella predicazione; di aiutarli e appoggiarli nelle fondazioni dei loro conventi; di usarli come avanguardie operaie nei campi delle missioni antieretiche in Svizzera per ricattolicizzare quei territori e bloccare l’avanzata protestante; e infine di aprirli al ministero delle confessioni, nonostante la contraria legislazione dell’Ordine; quasi intuendo in questo ministero un impegno glorioso e importante dell’Ordine in futuro.
Come programma non c’è male! Il santo realmente vedeva lontano!
- Cf. G. Alberigo, L’episcopato nel cattolicesimo post-tridentino, in Cristianesimo e storia 6 (1985) 71-91. ↑
- Cf. G. Alberigo, Carlo Borromeo e il suo modello di vescovo, in San Carlo e il suo tempo. Atti del Convegno Internazionale del Centenario della morte (Milano, 21-26 maggio 1984), vol. I, Roma 1986, 200. ↑
- Cf. F. Merelli, San Carlo Borromeo e padre Mattia da Salò. Epistolario, in CF 54 (1984) 285-313. ↑
