LE PRIME COSTITUZIONI 1536: INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

ISPIRAZIONE E ISTITUZIONE

SEZIONE SECONDA

PRIMITIVA LEGISLAZIONE CAPPUCCINA (1529 – 1643)

II

LE PRIME COSTITUZIONI
(Roma – S. Eufermia 1536)

INTRODUZIONE
di
FRANCESCO SAVERIO TOPPI

I FRATI CAPPUCCINI. Documenti e Testimonianze del Primo Secolo. A cura di COSTANZO CARGNONI. Roma 1982, 228-248.

Table of Contents

Le prime costituzioni dei frati minori cappuccini furono elaborate e approvate nel 1536 durante il capitolo generale, celebrato a Roma nel luogo di S. Eufemia sull’Esquilino presso Sancta Maria Maggiore.

A redigere il testo fu incaricata una commissione di fratri, tra i quali Bernardino d’Asti, vicario generale, Giovanni da Fano, Francesco da Jesi e Bernardino da Siena, detto l’Ochino. L’assemblea capitolare indicò molto probabilmente delle linee da seguire e poi discusse, corresse e completò il testo elaborato dalla commissione.

Al di là degli apporti personali dei vari redattori, fu certamente il capitolo nelle sue operazioni collegiali a definire e poi a promulgare le costituzioni. Lo si dichiara espressamente nel prologo: «È parso al nostro capitulo generale […] di ordinare alcuni statuti», e lo si rileva dalle formule che tornano spesso: «Si è ordinato… si è stabilito… si è determinato», che suppongono un’autorità collegiale, a differenza delle ordinazioni di Albacina che si presentano coll’autorità di un legislatore al singolare, Ludovico da Fossombrone.

Soltanto dall’alveo di una fraternità concordemente impegnata nel convogliare e armonizzare i carismi di diversi religiosi — erano 83 i frati in capitolo — poteva venir fuori un testo così completo e sapiente.

È ovvio che i membri della commissione potevano, più di tutti gli altri, far sentire il loro influsso e inserire i loro apporti personali, come è stato dimostrato in uno studio comparativo molto accurato[1].

Al primo posto va riconosciuto senz’altro Bernardino Palli d’Asti che, come vicario generale, fu il coordinatore e il responsabile principale nella redazione del testo. Le sue Orazioni devote si articolano sullo stesso filo conduttore che attraversa le costituzioni: lo spirito e la vita d’amore[2].

Segue Giovanni Pili da Fano, autore di studi sulla Regola e sulla preghiera[3], profondamente imbevuto della teologia mistica di san Bonaventura, che egli introduce nel testo legislativo, come emerge dalle varie coincidenze di contenuti e di espressioni tra le sue opere spirituali e le costituzioni.

Francesco Ripanti da Jesi, autore del Circolo dell’amore divino[4], contribuisce notevolmente a svolgere la dimensione cristocentrica e trinitaria che guida il testo legislativo.

Bernardino Ochino da Siena, allora al vertice della sua fama d’oratore, vi apporta su larga scala quella religiosità interiore promossa dall’evangelismo e dal paolinismo di ambienti da lui frequentati, come quello dello spagnolo Juan Valdés a Napoli. Nei suoi scritti Dialoghi sette e Prediche nove si riscontrano pensieri e frasi che ricorrono nelle costituzioni[5].

A questi consistenti contributi dei membri della commissione bisogna affiancare gli interventi degli altri frati capitolari che non mancarono di farsi sentire con viva partecipazione nel redigere il testo definitivo. Provenienti in gran parte dall’Osservanza, erano in grado di discernere e di accogliere nei contenuti più validi gli aspetti precipui delle varie riforme: accanto allo zelo acceso degli Spirituali l’equilibrio delle costituzioni Narbonesi, accanto alle austerità e all’eremitismo degli scalzi di Spagna il dinamismo apostolico degli osservanti d’Italia. L’amore appassionato per san Francesco e per i suoi primi compagni, coniugato ad una larga capacità recettiva delle correnti spirituali del tempo, condusse ad una sintesi tanto vitale da offrire un’ispirazione inesauribile alla storia plurisecolare dell’Ordine.

Continuità e rinnovamento del carisma francescano, scelta di una vita umile, povera, inserita nel popolo, contemplazione traboccante nell’apostolato, rifiuto di privilegi e assunzione della causa degli ultimi, dedizione eroica agli appestati e slancio missionario universale, abbandono allo Spirito e obbedienza incondizionata alla gerarchia, furono questi i valori assunti nelle prime costituzioni e che resero la riforma cappuccina una fraternità evangelica operosa al servizio della Chiesa e dell’umanità.

Testo fondamentale

Nessun testo legislativo può paragonarsi a questo del 1536 per la sua importanza storica, giuridica e soprattutto spirituale. Fino ai nostri giorni è rimasto il codice fondamentale dell’Ordine, sostanzialmente ripreso nei testi successivi del 1552, del 1575, del 1608, del 1643, del 1909 e del 1925. Eccettuate alcune omissioni del 1552 è stato trasmesso quasi immutato fino al 1968. Costituisce di fatto l’autentica «carta d’identità» della «bella e santa riforma».

Grazie alle costituzioni del 1536, i cappuccini hanno potuto vivere per oltre quattro secoli la stessa spiritualità, mostrare al popolo lo stesso volto, camminare per gli stessi sentieri, in «santa uniformità», come richiedevano i tempi.

Dalla fine del sec. XVI fino al 1927 si ignorava il testo originale e si pensava addirittura che non fosse stato mai stampato; ma l’immagine del cappuccino che aveva delineato rimase intatta, perché scolpita indelebilmente nella vita dell’Ordine dalla potenza incisiva delle stesse prime costituzioni. La loro risonanza nella storia dell’Ordine è assolutamente unica, come spiega F. Elizondo[6]: «Nessun libro scritto da un religioso dell’Ordine, nessun trattato di vita spirituale cappuccina attraverso i secoli si può paragonare alle costituzioni del 1536, se si propone di presentare gli autentici ideali della fraternità, o configurare le intenzioni degli iniziatori della riforma, o esprimere i valori che si riscontrano nell’imitazione di Cristo e di Francesco».

L’Ordine cappuccino per ritrovare se stesso deve semplicemente confrontarsi con questo modello.

Dalle ordinazioni di Albacina alle prime costituzioni

Non si giunse ex abrupto a comporre le prime costituzioni. Ci fu l’esperienza previa delle ordinazioni di Albacina che guidarono la riforma nei primi anni della sua esistenza e ne maturarono lo spirito. Nonostante la loro frammentarietà, gettarono le basi del futuro sviluppo dell’Ordine e inserirono nel tessuto della sua vita quei valori che lo caratterizzarono nella storia. «Seminario delle costituzioni cappuccine», come le denomina felicemente Mario da Mercato Saraceno, vennero assorbite quasi in blocco nelle costituzioni del 1536, che ne svilupparono le norme e le direttive, distribuendole ordinatamente in dodici capitoli, rispondenti ai dodici capitoli della Regola.

Segnaliamo qui schematicamente il cammino percorso dal 1529 al 1536 in alcuni punti-chiave dei due testi legislativi.

Le costituzioni del 1536 ribadiscono il primato della vita contemplativa presente nelle ordinazioni di Albacina, ma superano lo scoglio di una scelta prevalentemente eremitica e giungono alla reciproca compenetrazione della preghiera e dell’apostolato.

Conservano il suggerimento della cella eremitica, ma lasciano cadere la disposizione dell’unica messa in ogni fraternità sotto la spinta delle esigenze pastorali.

Colmano la lacuna del lavoro manuale, presentato realisticamente come diversivo e complemento della preghiera, ma si aprono alla necessità dello studio per un proficuo servizio della Parola di Dio.

Riaffermano le prese di posizione di Albacina sulla povertà, definita addirittura «regina e madre di tutte le virtú»[7]; garantiscono alcuni orientamenti con norme precise, come quella di riconsegnare ogni anno nelle mani dei proprietari i luoghi e gli arredi, e danno più largo spazio alla povertà interiore e alla sua dimensione cristocentrica ed escatologica.

Arricchiscono il tema della vita fraterna con richiami al Vangelo (Mt 18,20) e alla primitiva comunità di Gerusalemme (At 4,32); ammorbidiscono l’austerità nel raccomandare l’assistenza agli ammalati con l’esempio di san Francesco che questuava la carne per gli infermi, e nel richiamare all’amore più che materno dei fratelli spirituali, secondo la Regola.

Si aprono alle missioni fra gli infedeli e sviluppano il tema della carità a livello sociale con le coraggiose direttive di questuare per i poveri in tempo di carestia, di assistere gli appestati fino al rischio della vita e di accogliere tutti coloro che vengono ai nostri luoghi «per nutrire la carità, madre d’ogni virtú»[8].

Imprimono lo stile evangelico e francescano all’obbedienza e all’autorità richiamando allo spirito di fede e all’esempio di Gesú Cristo, riportando in tempi di assolutismo politico l’autorità alla categoria di servizio e inserendo quella perla di pedagogia pastorale che è la Lettera di san Francesco a un ministro[9].

Non riescono, purtroppo, nel campo della castità a superare la mentalità ascetica del tempo, succube di una reazione all’edonismo rinascimentale, e restano sulla stessa linea di Albacina, aggravandola anzi con una visione pessimistica della donna[10].

Portano, in compenso, la nota della minorità, avviata ad Albacina, ad opzioni radicali raccomandando di essere soggetti ad ogni umana creatura sull’esempio di colui che si annientò per noi, rinunziando dichiaratamente al privilegio dell’esenzione ed esortando alla ricerca dell’ultimo posto[11].

Ma il progresso più vistoso e consistente, segnato dalle costituzioni del 1536 sulle ordinazioni del 1529, è quello di avere enucleato organicamente una spiritualità tutta incentrata sul Cristo e sul primato dell’amore.

Spiritualità cristocentrica

Il Concilio Vaticano II dichiara: «Essendo norma fondamentale della vita religiosa il seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo, questa norma deve essere considerata da tutti gli Istituti come la loro regola suprema»[12].

È una vera gioia constatare come le nostre prime costituzioni assumano e sviluppino questa «norma fondamentale e regola suprema» della vita religiosa.

La figura di Gesú Cristo, come risulta dal Vangelo, campeggia sempre in primo piano e costituisce la motivazione determinante d’ogni norma e direttiva. Ogni virtú che si propone porta sempre la qualifica paolina e teologica della conformità al Cristo.

È soltanto in funzione del Cristo, in quanto relativo al Cristo, che si presenta Francesco come modello da imitare. Al Cristo risponde e conduce Francesco, come al Vangelo risponde e conduce la Regola. Tutto lo zelo per imitare Francesco e osservare integralmente la Regola scatta dalla passione per il Cristo e per il Vangelo.

Francesco è colui che si è conformato perfettamente al Cristo; è la tesi portata avanti fino all’esagerazione da Bartolomeo da Pisa nelle sue «Conformità», tesi che i primi cappuccini sposano in pieno.

L’essenza, pertanto, della spiritualità cappuccina può essere racchiusa nella seguente formula: «Il frate minore deve essere conforme a Francesco, come Francesco è conforme a Cristo». Il criterio di fondo che guida l’itinerario ascetico e mistico mostra addirittura Gesú Cristo vivente in Francesco e li identifica in un unico ideale da realizzare: «Se siamo figlioli di san Francesco, facciamo le opere di san Francesco. Però si ordina che ognuno si sforzi imitar questo nostro Padre, dato a noi per regola, norma ed exemplo, imo il nostro Signore Gesú Cristo in lui, non solo ne la Regula e Testamento, imo in tutte le sue infocate parole e amorose opere»[13].

Per la persona adorabile del Cristo le costituzioni prodigano slanci contemplativi ed espressioni affettuose, da cui fanno poi scaturire numerose norme concrete. Ne rileviamo alcune più significative.

I frati devono sempre avere davanti agli occhi la dottrina e la vita del Salvatore Gesú[14], devono leggere e studiare il Cristo, nel quale si raccolgono tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio[15].

Per conformarsi al Signore Gesú fatto obbediente fino alla morte di croce, si rinunzia al privilegio dell’esenzione dagli Ordinari diocesani[16].

Nessuno riceva l’abito religioso se prima non avrà rinunziato ai suoi beni, secondo l’invito del Signore nel Vangelo e per essere conformi a Lui[17].

La formazione dei novizi deve tendere ad insegnare le cose dello spirito, «necessarie per imitare perfettamente Cristo, nostra luce, via, verità e vita»[18].

Si ordina che i frati si vestano di panni vili e grossolani per ascoltare il Cristo che elogiò l’austerità del vestire del Battista[19], e che l’abito abbia forma di croce per essere col Cristo crocifissi al mondo[20].

Si dorma sulle nude tavole o per terra su paglia e stuoie per essere simili a Colui che disse di non aver dove posare il capo e morí sul duro legno della croce[21].

Nei nostri luoghi non vi sia alcun animale e non si cavalchi, «ma in caso di necessità, a esemplo di Cristo e del suo imitator Francesco, si vadi sopra l’asino, acciò la vita nostra predichi sempre Cristo umile»[22].

Non si vada a feste «se non per predicare la Parola di Dio, a esemplo di Cristo, nostro unico Maestro»[23], e si coltivi la mortificazione nei cibi e nelle bevande, pensando «che a Cristo fu negata l’acqua in su la croce e li fu dato vino mirrato o vero aceto e fele»[24].

Si abbia diligente cura di accogliere gli ospiti e «a esemplo de l’umil Figliol de Dio, li lavaranno li piedi, convenendo a quello atto di carità tutti li frati»[25].

Si faccia la disciplina «in memoria de la acerbissima passione e specialmente de la penosissima flagellazione del nostro dulcissimo Salvatore […]. E disciplinandosi li frati pensino cum il core piatoso al suo dolce Cristo Figliol de Dio, ligato a la colonna»[26].

Non si tenga denaro e non si nomini alcun sindaco o procuratore che lo amministri per i frati, «ma il nostro procuratore e avvocato sia Gesú Cristo, Dio nostro»[27].

L’altissima povertà va abbracciata perché «fu la diletta sposa di Cristo Figliol de Dio», e i frati si sforzino di essere poveri «a esemplo del Salvator del mundo e de la sua diletta Madre»[28].

I frati vengono esortati «ad assuefarsi a patire la penuria de le cose del mundo, a esemplo di Cristo che, essendo del tutto Signore, elesse per noi essere povero e patire»[29].

Non si dovrà avere alcuna proprietà di luoghi e di cose, si dovrà essere disposti sempre a lasciare tutto, «considerando l’altissima povertà di Cristo, Re del cielo e della terra, el quale, quanto all’abitare, nascendo etiam nel diversorio, non ebbe un poco di loco, vivendo come peregrino abitò in case d’altri e, morendo, non ebbe dove potesse reclinare el capo»[30].

Per sollevare chi è caduto «bisogna inclinarci per pietà, sí come fece Cristo, piissimo Salvatore, quando li fu presentata l’adultera, e non star con rigida iustizia e crudeltà in sul tirato. Imo Cristo, Figliol de Dio, per salvarci descese dal cielo in su la croce e alli peccatori umiliati mostrò ogni possibile dolcezza»[31].

I prelati devono essere ministri e servi di tutti i frati, «a esemplo di Cristo, el quale venne per servirci e ministrarci e ponere per noi la propria vita»[32].

I frati nelle elezioni procedano «puramente, simplicemente e santamente e canonicamente, sforzandosi, secondo la dottrina di Cristo, piatoso Signor nostro, che, invitati alle sue nozze, di stare ne l’ultimo loco con lui»[33].

I predicatori devono predicare assiduamente «a esemplo di Cristo, specchio de ogni perfezione»[34]. Alternino la predicazione con la solitudine contemplativa fino a tanto che «repieni di Dio, l’impeto li mova a sparger al mundo le grazie divine. E cosí, facendo ora Marta e ora Maria, in vita mista sequitaranno Cristo, el quale, avendo orato al monte, descendeva nel tempio a predicare; imo descese dal cielo in terra per salvare le anime»[35].

Il Cristo è tutto per un apostolo e deve essere pertanto l’unico oggetto del suo studio: «E perché chi non sa leggere Cristo, libro de la vita, non ha dottrina di poter predicare, però acciò lo studino, si proibisce a li predicatori che non portino molti libri, ex quo in Cristo si trova ogni cosa»[36].

È il Cristo al centro che costituisce secondo il Vangelo, la fraternità e fa crescere i frati nell’amore vicendevole: «Nel nome del dolce Gesú congregati, sia in loro un core e una anima, sempre sforzandosi de tendere a maggiore perfezione. E acciò siano di esso Cristo veri discepoli, cordialmente se amino»[37].

I brani riportati dimostrano a sufficienza come il cristocentrismo attraversa e unifica, qual filo conduttore, le costituzioni da capo a fondo. Dopo aver seguito passo passo il frate lungo l’itinerario delle virtú evangeliche, giungono al termine con un impeto lirico travolgente, catapultando l’intera fraternità nel Signore Gesú. Come lo stupendo capitolo finale della Regola non bollata, il numero conclusivo delle costituzioni è kerigma, esortazione, lode, estasi contemplativa da far risuonare dentro, leggendo o ascoltando in ginocchio[38].

Qualsiasi commento ne sciuperebbe l’irripetibile sinfonia. Sullo sfondo delle costituzioni staglia sovrano, come il Pantocrator nelle absidi d’oro delle chiese bizantine, il Cristo Signore al centro della Trinità, della Chiesa e dell’universo. Con la dinamica del mistero pasquale, il Crocifisso si congiunge al Risorto e irradia una gioiosa speranza su quanti lo hanno scelto come ideale supremo.

Spiritualità serafica

Il vincolo che congiunge al Cristo Gesú e anima come forma virtutum lo sforzo ascetico è l’amore. L’amore è la molla del dinamismo evangelico che rimbalza da ogni pagina delle costituzioni, ove ogni norma o direttiva trova la sua ragione d’essere nell’amore di Dio e del Cristo. L’amore, accanto al cristocentrismo, è la costante che attraversa il testo legislativo e dischiude un panorama meraviglioso, che sarà proficuo scorrere in una carrellata antologica dei brani più significativi.

Già nel prologo, determinando la finalità delle costituzioni, si annunzia l’intento fondamentale di garantire la difesa «del vivo spirito del nostro Signore Gesú Cristo», con l’allontanare tutte le rilassatezze «contrarie al ferventissimo e serafico zelo del padre nostro san Francesco»[39].

L’osservanza del Vangelo va promossa con la meditazione assidua e amorosa, per cui i frati vengono esortati a portare «sempre nel seno del cor loro lo Evangelio sacro»[40]. Essi devono sforzarsi di parlare sempre di Dio, perché «questo molto giova per infiammarsi nel suo amore»[41]; e hanno da dedicarsi allo studio della Sacra Scrittura, «perché le fiamme del divino amore nascono dal lume de le cose divine»[42].

La scelta della minorità, l’essere soggetti ad ogni umana creatura, di trasparente risonanza biblica e sanfrancescana, non è determinata da una opzione di tipo sociologico, ma «per amore di Colui che si esinaní per nostro amore»[43]. Ugualmente la riverenza e l’obbedienza anche alle persone più vili è gloriosa e a Dio più grata, perché «si obbedisce per amore del nostro Signore Gesú Cristo»[44].

I neoprofessi almeno per un triennio devono stare sotto la disciplina del maestro, affinché «corroborandosi sempre, se vadino più fermando e radicando ne lo amore di Cristo, Signore e Dio nostro»[45].

I frati per osservare la povertà devono innanzitutto coltivare e far crescere la carità, per cui «non vogliano avere alcuno affetto in terra, ma sempre avere el loro amore in cielo»[46].

Si deve prescindere da qualsiasi motivo umano nell’offrire il sacrificio eucaristico, «celebrando per mera carità […] a esemplo di Cristo, summo Sacerdote, che senza alcuno suo premio, per noi si offerse in croce»[47].

La meditazione ha come scopo di evitare la tiepidezza e di accendere il fervore della carità, «acciò lo spirito de la devozione non si tepidisca ne’ frati, ma ardendo continuamente ne l’altare del core, sempre più s’accenda, sí come desiderava el serafico Padre»[48].

L’orazione specifica del frate cappuccino è l’orazione affettiva: «Orare non è altro se non un parlare a Dio col core […], adorare lo eterno Padre in spirito e verità, avendo diligente cura di illuminar la mente e infiammar l’affetto, più che di formar le parole»[49].

La contemplazione amorosa trova il suo fulcro in Gesú eucaristico. I frati sono invitati a contemplare l’Eucarestia come «nobile dono di Dio dato con tanta carità […], altissimo e divino sacramento, nel quale sí dolcemente se degna abitare con noi il nostro dulcissimo Salvatore […], avanti al quale stiano e orino, quasi come fossero ne la patria celeste, insieme cum li santi angeli»[50].

Come nella Lettera a tutto l’Ordine, qui nell’Eucarestia si identifica la presenza in terra del Signore del cielo e si accosta la preghiera contemplativa alla liturgia celeste degli angeli. L’ardore serafico prende le ali e raggiunge la vetta, dove si rivela e si comunica personalmente Dio-Amore.

L’amore si estrinseca nelle opere. Ed ecco una preziosa enunciazione all’inizio del capitolo sul lavoro in una densa pericope, che presenta tutta l’attività francescana permeata dall’amore e finalizzata all’amore: «Atteso che ‘l nostro ultimo fine è Dio, al quale debba tendere e anelare ogni uno e vedere di trasformarsi in lui, esortiamo tutti li frati a drizzare tutti li pensieri a questo segno e lí voltar tutti l’intenti e desideri nostri con ogni possibile impeto di amore, acciò con tutto el cuore, mente e anima, forze e virtú, con attuale, continuo, intenso e puro amore ci uniamo al nostro ottimo Padre»[51].

In questo autentico gioiello di letteratura spirituale si delinea l’itinerario per giungere alla perfezione della carità. Tutto deve convergere: pensieri, intenti, desideri, cuore, mente, anima, energie fisiche e spirituali, affinché «con attuale, continuo, intenso e puro amore ci uniamo al nostro ottimo Padre».

Con chiaro riflesso del dibattito acceso in capitolo sul problema del lavoro, si raccomanda: «Guardinsi li frati di non mettere el loro fine nel lavorare, né in quello porre alcuno affetto, od occuparsi tanto che estinguino, diminuiscano o ritardino lo spirito, al quale debbono servire tutte le cose. Ma sempre avendo aperto l’occhio a Dio, camminino per la più alta e breve via»[52].

Nessun lavoro può essere fine a se stesso; tutto dev’essere subordinato allo «spirito della santa orazione e devozione» secondo la Regola; la carità che tutto riferisce a Dio è «la più alta e breve via»[53].

L’amore di Dio si esprime nell’amore del prossimo, per cui i frati andando insieme «con ogni umiltà e carità, a esemplo di Cristo benedetto, ciascuno si sforzi obbedire e servire spiritualmente al suo compagno, considerando che sono fratelli in Cristo»[54].

All’amore del prossimo cedono il passo la povertà e l’austerità, al punto da raccomandare cibi speciali «alli infermi, itineranti, vecchi o molto deboli, sí come ricerca e vuole la carità»[55]. E come se non bastasse questa raccomandazione, per assicurare il primato dell’amore del prossimo, si ribadisce ancora di procurare «cibi preziosi […], quando fusse necessario per li infermi, alli quali si deve usare ogni possibil carità, sí come vuole la Regola e ogni iusta legge, a esemplo del padre nostro serafico, el quale non si vergognava per li infermi cercar la carne pubblicamente»[56].

La premura per gli ammalati ritorna ancora più oltre col richiamo al commovente consiglio di san Francesco nella Regola bollata di avere per il fratello spirituale un amore addirittura più tenero di quello di una madre[57].

La carità non pone limiti nel prodigarsi per i poveri[58] e nel mettere a repentaglio la stessa vita per gli appestati[59]. La carità non conosce frontiere; al di fuori della fraternità ci sono gli uomini d’ogni categoria da accogliere e da amare coi fatti. Si ricorda al proposito che nella Regola non bollata (cap. 7) dispone che chiunque venga ai nostri luoghi «amico o nemico, ladro o brigante, sia ricevuto con bontà», e quindi «per nutrire la carità, madre d’ogni virtú, si ordina che, con ogni possibile umanità cristiana si ricevano quelle persone che verranno ne li nostri lochi»[60].

L’amore di Dio e del prossimo s’intrecciano e operano insieme nel servizio della Parola. L’esempio e l’amore di Gesú Cristo, venuto dal cielo in terra per annunziare il Vangelo e salvare le anime, risolve il problema, che era stato già di Francesco, se dedicarsi soltanto alla vita contemplativa o anche alla predicazione. I cappuccini si aprono alla missione evangelizzatrice nel mondo, animati dalla carità che compenetra simultaneamente la preghiera e l’azione apostolica, portandole ad una sintesi unitaria, feconda[61].

Guardando a Gesú Cristo, i predicatori: «lassino qualche volta la frequenza de’ populi e, col dulcissimo Salvatore, ascendino nel monte de la orazione e contemplazione, e lí si sforzino infiammarsi come serafini del divino amore, acciò che, essendo loro ben caldi, possino riscaldare li altri»[62].

Il modello da ricopiare è l’apostolo Paolo che giunge a constatare di non essere più lui a vivere, ma il Cristo a vivere in lui (Gal 2, 19s) e dichiara di spingersi ad evangelizzare con la potenza dell’amore di Cristo morto per tutti gli uomini (2 Cor 5, 14s). I predicatori devono «imprimersi Cristo benedetto nel core e darli di sé possessione pacifica, acciò per redundanza di amore Lui sia quello che parli in loro»[63].

Essi si preparano negli studi «devoti e santi, di carità e umilitate redundanti»[64]. Per esservi ammessi siano «di fervente carità» e non cerchino «di acquistare la inflativa scienza, ma la illuminativa e infiammante carità di Cristo, la quale edifica l’anima»[65].

Per promuovere questa finalità prioritaria dello studio, si pone sulle labbra degli studenti una preghiera, nella quale si dichiara di voler amare il Signore nella misura con cui lo si conosce, anzi di non volerlo conoscere se non per amarlo[66].

Lo studio principale deve essere «lo studio sacro de la orazione», che introduce «alla vera e suave intelligenza de le sacrate Littere, sotto el senso de le quali sta nascosto esso, il cui Spirito sopra il miele è dolce a chi lo gusta»[67].

L’esperienza sapienziale dell’amore divino si riverbera e trabocca nell’annunzio del Vangelo oltre le frontiere della cristianità. Le costituzioni nell’abbordare il tema dell’apostolato missionario partono dall’amore di Dio e dei fratelli. I frati «sempre esercitandosi nel divino amore e fraternal carità»[68], diventano quei «frati perfetti, infiammati de l’amore de Cristo benedetto e del zelo de la sua cattolica fede»[69], che si richiedono per una missione così nobile e ardua.

I frati missionari esprimono una fraternità unita nel nome del Signore e divenuta un cuor solo e un’anima sola, come la prima comunità cristiana (At 4, 32), capace di rendere credibile il Vangelo secondo la preghiera sacerdotale di Gesú (Gv 17,21). A mandarli sono i ministri che vengono esortati ad agire con illuminata larghezza di cuore, senza preoccuparsi della partenza dei frati migliori, con fiducia illimitata «gettando ogni loro sollicitudine e affanno in quello, el quale ha continua cura di noi, in tutte le cose facciano secondo ditta el Spirito de Dio, e con la carità, che niuna cosa fa male, dispongano il tutto»[70].

La carità comanda e anima ogni norma ed esortazione. Cosí s’invitano i frati ad osservare il Vangelo, la Regola, le sante e lodevoli costumanze, gli esempi dei santi «ne la carità de Cristo […] drizzando ogni loro pensiero, parole e operazioni ad onore e gloria de Dio e salute del prossimo, e lo Spirito Santo in ogni cosa li ammaestrarà»[71].

Per ricevere la benedizione del serafico padre, impartita prima di morire a coloro che osservano fedelmente la Regola, bisogna che «intendiamo diligentemente e, con affetto e amore, osserviamo la perfezione a noi mostrata e insegnata in essa Regula»[72].

Senza guardare con occhio mercenario e servile a quanto è di obbligo o meno nelle costituzioni, i frati si sforzino soprattutto di piacere al Signore in ogni cosa cercando di «operare per amore di Dio», come «spetta ali soli veri figlioli di Dio»[73].

Qui, come altrove, lo spirito filiale, l’amore serafico copre la distanza tra la legge e la libertà, tra il diritto e il carisma, e trasforma il testo legislativo in un arioso trattato di spiritualità.

Alcune note peculiari

Il cristocentrismo e la carità lievitano dall’interno le costituzioni e le spingono irresistibilmente verso la vetta dell’ideale, dove la coerenza va fino in fondo e raggiunge delle punte che sfiorano l’eroismo.

Tra le tante norme e direttive gli studiosi hanno individuato alcune note peculiari del testo del 1536, che stanno ad indicare l’alta temperie spirituale, in cui si plasmò la riforma cappuccina nei primordi della sua storia.

1) La rinuncia al privilegio dell’esenzione dell’autorità degli Ordinari diocesani, fatto inedito e sorprendente nella legislazione degli Ordini religiosi. L’enunciazione è squisitamente evangelica e francescana: «Per conformarci a l’umile Cristo crucifisso, el quale venne a servirci, fatto obbediente insino a l’aspra morte de la croce e, non essendo a la legge subietto, ma di essa signore, volse a quella subiugarsi e pagar il censo e tributo, essendo libero; per evitare lo scandalo si renunciano dal capitolo generale li privilegi de l’essere liberi ed esenti da li Ordinari. E per sommo privilegio accettiamo, col serafico padre, di essere sudditi a tutti»[74].

2) L’austerità nel vitto ad ogni costo, fino a distribuire ai poveri qualsiasi cibo non necessario ricevuto in dono: «E se fusse mandato alcun cibo superfluo, con umiltà ringraziandoli, el recusaranno o vero, con loro consentimento, el dispensaranno a’ poveri»[75].

La povertà doveva essere interiore innanzitutto, ma anche esteriore, di fatto, in modo da essere testimonianza credibile di distacco dai beni e di apertura ai fratelli bisognosi: «Ogni frate pensi che la evangelica povertà consiste in non avere affetto a cosa terrena, usar queste cose del mondo parcissimamente, quasi per forza, costretti da necessità, e a gloria di Dio, dal quale si deve riconoscere il tutto; e per gloria de la povertà dare alli poveri quello che avanza a noi. Ricordinsi etiam li frati che siamo all’ostaria e mangiamo li peccati de’ populi. Ma d’ogni cosa a[v]remo a render conto»[76].

3) Per osservare effettivamente la povertà ed evitare qualsiasi parvenza di possesso, rimettere ogni anno, durante l’ottava di san Francesco, nelle mani del proprietario il luogo ricevuto in prestito, pregandolo di concederlo in uso ancora per un altro anno. In caso che non volesse: «senza alcun segno di tristicia, imo con allegro core, accompagnati da la divina povertà, si partiranno riconoscendosi obbligati per el tempo che li fu prestato, e non offesi se, essendo suo, di nuovo non el prestarà, non essendo tenuto»[77].

Lo stesso spoglio di proprietà va eseguito per le cose di notevole valore da riconsegnare ai padroni o da passare, col consenso dei medesimi, ai poveri[78].

4) In ogni luogo, dove è possibile, si dispongano una o due celle solitarie: «acciò se alcun frate volesse tener vita anacoritica (dal suo prelato a questo iudicato idoneo), possi quietamente in solitudine, con vita angelica, darsi tutto a Dio, secondo lo istinto del Spirito Santo»[79].

È questa una direttiva delle ordinazioni di Albacina; qui si riprende con un richiamo esplicito alla regoletta di san Francesco per i romitori.

5) I frati in tempo di carestia vadano alla questua per i poveri. La contemplazione non li chiudeva negli eremi, ma li rendeva pronti e disponibili ovunque per andare incontro ai più bisognosi. Il dettato delle costituzioni è quanto mai eloquente per misurare la larghezza di questa generosa apertura:

«Si è etiam ordinato che nel tempo de le carestie, per suvvenire alli bisogni de’ poveri, si facci le cerche da’ frati, a questo deputati da li loro prelati, a esemplo del nostro piissimo padre, el quale aveva gran compassione a’ poveri. Però, se li era dato alcuna cosa per amore di Dio, non la voleva se non con questo patto di poterla dare a’ poveri, trovando uno piú povero di lui. Molte volte (sí come si legge), per non restare senza la nuziale ed evangelica veste de la carità, si spogliò li propri panni e de[t]teli a’ poveri; anzi che fu spogliato dal violento impeto del divino amore»[80].

S’indugia nel rievocare il commovente esempio del serafico padre con chiara intenzione d’invitare a ricopiarlo.

6) Assistere gli ammalati in tempi di epidemie fino a dare la vita per i fratelli. Il modello supremo dell’amore è il Cristo Gesú e i cappuccini vogliono seguirlo sino in fondo: «E perché a quelli che non hanno amore in terra è dolce, iusta e debita cosa morir per chi morí per noi in croce, si ordina che, nel tempo de la peste, li frati servino, secondo disponeranno li loro vicari, li quali in simil caso si sforzaranno di aver aperti gli occhi de la discreta carità»[81].

Queste note peculiari delle prime costituzioni vennero omesse nelle costituzioni del 1552 e non più riprese nelle successive. Si è potuto pensare che tale omissione segnasse la linea divisoria tra l’idealismo puro delle origini, congeniale ad uno stuolo di pionieri, e il realismo inevitabile del periodo posteriore, che dovette adattarsi ad una famiglia religiosa divenuta ormai moltitudine.

Ma il messaggio del primitivo testo costituzionale si era ormai indelebilmente inciso nel tessuto dell’Ordine, perché possedeva la sua vera forza non nella normativa, ma nella ispirazione di un carisma. Al di là della legge, aveva infuso uno spirito e questo non si poteva spegnere.

Prova emblematica fu quella dell’assistenza agli appestati. La norma fu espunta dai testi legislativi, ma l’ispirazione rimase. La storia è lí a documentare come durante le epidemie che desolarono diverse città in Italia e all’estero si videro schiere di frati cappuccini prodigarsi fino alla morte in questo eroico servizio ai fratelli.

Il seme sparso a piene mani era germogliato, cresciuto, e non smise mai nei secoli di dare molti frutti.

III – DALLE COSTITUZIONI DEL 1536 A QUELLE DEL 1552 E DEL 1575

Parve opportuno al capitolo generale del 1552 rivedere le costituzioni del 1536 per adattarle ai nuovi bisogni dell’Ordine. Occorreva tra l’altro correggere un po’ lo stile piuttosto dimesso e trascurato. Per tale compito fu incaricato il p. Angelo da Savona, che si preoccupò di abbellire la forma senza curarsi di conservarne la nativa semplicità[82].

Già nel frontespizio si annunziò il nuovo indirizzo col titolo infarcito di aggettivi e di apposizioni. «Le constitutioni de li frati minori detti capucini» diventarono: «Le constitutioni de poveri frati minori detti cappuccini, ordinate nel lor generale capitolo, per più agevole osservanza della Regola, novamente correte et riformate»[83].

Nel corso del testo gli epiteti spesso si accumularono con un’affettazione che preludeva allo stile barocco. Cosí ad esempio: l’apostolo Paolo fu appellato «il prudentissimo architetto della Chiesa»[84], e per dire che Cristo era venuto a salvare le anime si ricorse alla circonlocuzione: «per la qual ancho volse calare in questa valle di lacrime dall’altissimo cielo empireo»[85].

All’Ordine non piacque tale trasformazione poco confacente alla sua semplicità e nel 1575, nella nuova redazione del testo, si riprese la forma primitiva, rimaneggiata discretamente soltanto dove più si richiedeva[86].

I cambiamenti nella forma erano, in un certo qual modo, indici di orientamenti nuovi nei contenuti. Le omissioni, in modo particolare, al testo primitivo avevano un significato nella evoluzione storica dell’Ordine, specie se confrontate col testo successivo del 1575.

Ne diamo qualche saggio senza pretendere di farne uno studio approfondito, come sarebbe da auspicare in altra sede[87].

Nel settore della preghiera contemplativa scompare la cella eremitica quasi a sancire la rottura con una tendenza dei primordi che poteva imprimere un volto diverso all’Ordine, oramai sempre più orientato verso la vita apostolica[88].

Essendosi verificata nel frattempo l’apostasia dell’Ochino, che aveva cominciato a deviare con l’abbandono della preghiera, si sente il bisogno di sottolineare che la preghiera è «madre e nutrice d’ogni vera virtú»[89], di eliminare l’esortazione a non lasciare oziosi i predicatori[90], di aggiungere esplicitamente che questi «siano prima instanti nella fervida orazione, e poi al ministero del verbo»[91].

Nel campo della povertà scompare la norma di riconsegnare ogni anno luoghi e utensili ai proprietari, anche se resta una clausola che ne conserva implicitamente il principio di fondo: «di sorte che i veri e totali patroni ci possono mandare via sempre che a loro piace, e possono ogni lor cosa a sua posta ripigliare»[92].

Indice di un atteggiamento oscillante è l’omissione dell’appellativo di «regina e madre di tutte le virtú» per la povertà, e che poi ritorna nel testo del 1575[93]. Sulla stessa linea s’incontra la scomparsa della direttiva di dare il superfluo ai poveri e del ritenersi come all’albergo a mangiare i peccati dei popoli, direttiva che invece viene ripresa nel 1575, e portata al capitolo sesto[94].

Nel settore della carità vengono espunte le generose esortazioni ad elemosinare per i poveri in tempi di carestie[95] e di assistere durante le epidemie gli appestati fino a rischiare la propria vita[96].

Forse per tali eliminazioni Bernardino d’Asti, protagonista delle costituzioni del 1536, si sentí amareggiato e sbottò in questo lamento: «Dunque ora noi siamo venuti tanto innanzi, quanto si può venire; ogni poco che passa più, in alcune cose si farebbe contro la Regola; insino adesso ci abbiamo avuta una grande siepe, né mai si è tocca la Regola; ora noi stiamo in su quel che la Regola ci concede, che prima si faceva più che la Regola non comanda»[97].

Nel capitolo generale del 1575 si avvertí la necessità di un ricupero del testo del 1536 e si cercò di realizzarlo a livello di forma e di contenuti. Constatando i riflessi negativi di un appiattimento dell’ideale mutilato, si avviò una ripresa dei valori originari presenti nelle prime costituzioni.

Si cominciò dal Testamento che era già stato alle radici della riforma. Nel 1552 il dettato del 1536: «si ordina che da tutti si osservi il Testamento del padre nostro san Francesco», era diventato un suggerimento: «essortiamo che da tutti si osservi il Testamento di esso padre nostro»; nel 1575 ridiventò un ordine tassativo[98].

Nel 1552 era stato tolto, ma nel 1575 venne rimesso il richiamo cristocentrico a proposito della mortificazione nel bere: «li sarà dolce se pensaranno che a Cristo fu negata l’acqua in su la croce, e gli fu dato vino mirrato, o vero aceto e fiele»[99].

Dove si trattava dell’obbedienza ad ogni umana creatura, nel 1552 si omise, ma nel 1575 si riprese la clausola ispirata alle Lodi delle virtú e al Testamento del serafico Padre[100].

Nel 1552 si tralasciò, ma nel 1575 si rimise il richiamo della Lettera ad un ministro a proposito della misericordia da usare verso i frati che peccano[101].

Nel 1552 furono espunte, ma nel 1575 furono reinserite la preghiera prima dello studio[102] e la meravigliosa conclusione cristologica delle costituzioni del 1536[103].

Scomparvero invece definitivamente dai testi del 1552 e del 1575 le seguenti pericopi:

a) la lettura dei Vangeli tre volte all’anno in onore della santissima Trinità[104];

b) la bella considerazione spirituale che Gesú è compreso dai semplici e dagli incolti[105];

c) la libertà di confessarsi fuori dei nostri luoghi a qualsiasi sacerdote approvato[106];

d) l’espressione stranamente attribuita a san Francesco riguardante le monache[107].

A tali omissioni fanno riscontro le aggiunte di tipo liturgico e capitolare nel 1552 e quelle dipendenti dal concilio Tridentino nel 1575, tra le quali l’organizzazione degli studi in ciascuna provincia[108].

Nel 1575 si riprese, come già detto, il testo, leggermente riveduto, del 1536 e che poi restò sostanzialmente immutato fino al 1968. Stando ad una precisa disposizione del testo primitivo[109], per le necessità occorrenti nell’avvicendarsi dei tempi vi si affiancarono le ordinazioni dei capitoli generali che, mentre provvidero ai problemi nuovi emergenti, permisero di lasciare intatto il codice ispiratore delle origini[110].

  1. Cf. C. Cargnoni, Fonti, tendenze e sviluppi…, in CF 48 (1978) 311-398.
  2. Edizione del testo in AO 94 (1978) 380-383, e ora qui, nella parte III, sez. I, testo I.
  3. Si vedano i rispettivi testi in questa parte I, sez. III, testi II e III (nn. 499-592, 593-615); come pure alla parte III, sez. I, testo III.
  4. Cf. parte III, sez. I, testo IV.
  5. Ibid., testo VI e sez. II, doc. 2.
  6. F. Elizondo, Las constituciones capuchinas de 1536, in Estud. Franc. 83 (1982) 148.
  7. Cost. 1536, n. 27 (n. 187).
  8. Ibid. n. 93 (n. 295).
  9. Ibid. n. 95,10 (n. 298).
  10. Ibid. n. 137,5-11 (n. 406).
  11. Ibid. n. 7-8 (nn. 157-158).
  12. Decreto sul rinnovamento della vita religiosa: Perfectae caritatis, 2 a).
  13. Cost. 1536, n. 6 (n. 156).
  14. Ibid. n. 1 (n. 151).
  15. Ibid. n. 4 (n. 154).
  16. Ibid. n. 8 (n. 158).
  17. Ibid. n. 15 (n. 169).
  18. Ibid. n. 17 (n. 171).
  19. Ibid. n. 21 (n. 181).
  20. Ibid. n. 23 (n. 183).
  21. Ibid. n. 25 (n. 185).
  22. Ibid. n. 28 (n. 188).
  23. Ibid. n. 49 (n. 229).
  24. Ibid. n. 52 (n. 232).
  25. Ibid. n. 55 (n. 237).
  26. Ibid. n. 56 (n. 238).
  27. Ibid. n. 57 (n. 239).
  28. Ibid. nn. 58-59 (nn. 240-241).
  29. Ibid. n. 61 (n. 243).
  30. Ibid. n. 69 (n. 256).
  31. Ibid. n. 95 (n. 297).
  32. Ibid. n. 101 (n. 314).
  33. Ibid. n. 102 (n. 315).
  34. Ibid. n. 113 (n. 364).
  35. Ibid. n. 114 (n. 365).
  36. Ibid. n. 116 (n. 370).
  37. Ibid. n. 139 (n. 408).
  38. Cf. ibid. n. 152 (n. 429).
  39. Ibid. prologo 4-5 (n. 150).
  40. Ibid. n. 1,10 (n. 151).
  41. Ibid. n. 3,1 (n. 153).
  42. Ibid. n. 4 (n. 154).
  43. Ibid. n. 7,3 (n. 157).
  44. Ibid. n. 9,4 (n. 159).
  45. Ibid. n. 19,2 (n. 173).
  46. Ibid. n. 27,2 (n. 187).
  47. Ibid. nn. 32,2 e 33,1 (nn. 205-206).
  48. Ibid. n. 41 (n. 215).
  49. Ibid. n. 42,1-3 (n. 217).
  50. Ibid. n. 91,4-7 (n. 293).
  51. Ibid. n. 63 (n. 245).
  52. Ibid. n. 66,1-2 (n. 250).
  53. Ibid.
  54. Ibid. n. 46,5 (n. 221).
  55. Ibid. n. 53,1 (n. 233).
  56. Ibid. n. 54 (n. 236).
  57. Ibid. n. 88,5 (n. 277).
  58. Ibid. n. 85 (n. 272).
  59. Ibid. n. 89 (n. 280).
  60. Ibid. n. 93 (n. 295).
  61. Ibid. n. 117 (n. 371).
  62. Ibid. n. 120 (n. 374).
  63. Ibid. n. 112,3 (n. 363).
  64. Ibid. n. 122,4 (n. 380).
  65. Ibid. nn. 122,5 e 123 (nn. 380 e 387).
  66. Ibid. n. 125 (n. 389).
  67. Ibid. nn. 123,2 e 124,3-4 (nn. 387 e 388).
  68. Ibid. n. 139,4 (n. 408).
  69. Ibid. n. 143,2 (n. 413).
  70. Ibid. n. 143,7-8 (n. 413).
  71. Ibid. n. 141 (n. 411).
  72. Ibid. n. 147,2 (n. 424).
  73. Ibid. n. 148,1-2 (n. 425).
  74. Ibid. n. 8,3-6 (n. 158).
  75. Ibid. n. 54,4 (n. 136).
  76. Ibid. n. 67 (n. 251).
  77. Ibid. n. 70,4-5 (n. 257).
  78. Ibid. n. 70,6-7 (n. 257).
  79. Ibid. n. 79,2 (n. 266).
  80. Ibid. n. 85 (n. 272).
  81. Ibid. n. 89 (n. 280).
  82. Cf. F. Elizondo, Las constituciones capuchinas de 1552, in Laurent. 21 (1980) 206-250.
  83. Cf. più avanti, n. 150, nota (a).
  84. Cf. n. 111,2 (n. 362), nelle variazioni redazionali.
  85. Cf. n. 114,2 (n. 365), nella variazioni.
  86. Cf. F. Elizondo, Las constituciones capuchinas de 1575. En torno a un centenario, in Laurent. 16 (1975) 3-52.
  87. Lo studio è stato fatto da F. Elizondo, Contenido de la constituciones capuchinas de 1575 y su relación con la legislación precedente, in Laurent. 16 (1975) 225-280.
  88. Cf. n. 79 (n. 266).
  89. Cf. n. 41,1 (n. 215), nelle variazioni redazionali.
  90. Cf. n. 113 (n. 364), nelle variazioni, e così sempre.
  91. Cf. n. 116 (n. 370).
  92. Cf. n. 70 (n. 257).
  93. Cf. n. 27 (n. 187).
  94. Cf. nn. 67,3 e 54,4 (nn. 251 e 236).
  95. Cf. n. 85 (n. 272).
  96. Cf. n. 89 (n. 280).
  97. Cf. MHOC III, 9. Cf. nella parte II, sez. IV, n. 2643.
  98. Cf. n. 6,2 (n. 156), nelle variazioni.
  99. Cf. n. 52,5 (n. 232).
  100. Cf. n. 9,3-4 (n. 159).
  101. Cf. n. 95,10-14 (n. 298).
  102. Cf. n. 125 (n. 389).
  103. Cf. n. 152 (n. 429).
  104. Cf. n. 1,11 (n. 151).
  105. Cf. n. 4,2 (n. 154).
  106. Cf. n. 92 (n. 294).
  107. Cf. n. 136,4 (n. 405).
  108. Cf. nn. 14,4; 15,6; 20,4; 46,5; 68 bis (1); 88 bis (1)-(5); 103 bis (1)-(7); 119,1; 120 bis (1); 121 bis (1); 122,4-6; ecc.
  109. Cf. n. 146,5-6 (n. 423).
  110. Sulle ordinazioni generalizie cf. più avanti ai nn. 430-461 e relative introduzioni.